Il fantasma nello specchio
Trasferirmi da un momento all’altro non era stato affatto facile, soprattutto per via delle circostanze. La prematura dipartita dei miei genitori mi aveva segnata così tanto che per dimenticarmene avrei dovuto andare via da casa mia, da quel posto pieno di ricordi. Avevo bisogno di cambiare aria e l’ingente somma di denaro che avevo ricevuto in eredità mi permetteva di farlo. Decisi di vendere ogni cosa: la casa, i mobili, addirittura i loro vestiti. Le uniche cose che mi rimasero della mia vecchia vita furono il denaro della mia eredità, un piccolo scatolone di ricordi che non avevo il coraggio di buttare, una casa e, chiaramente, mio nonno. Era un uomo anziano, poco cosciente, ma era la persona più vicina al concetto di famiglia che avevo e non sarei riuscita mai a metterlo in una di quelle tristi e cupe case di riposo. Fummo fortunati, la mia famiglia aveva una piccola casupola nell’est della Scozia della quale scoprii l’esistenza solo all’apertura del testamento e non ci fu bisogno di comprarne una nuova. I miei genitori non me ne avevano mai parlato, ma non mi sorprese quando vidi di cosa di trattasse. Era una semplice casa di campagna immersa nel verde con poche stanze. Ci stabilizzammo e ci abituammo a vivere a pochi minuti dalla città, dopo poche settimane ci sentivamo già nel nostro habitat naturale. La casa era confortevole, ma c’era un particolare che mi metteva a disagio: la casa era colma di specchi. In ogni stanza della casa ve ne erano almeno tre. Per carità, il mio riflesso non mi infastidiva di certo, ma ero sempre stata facilmente spaventabile e i vari specchi e i giochi di luce della casa mi facevano pensare di vedere delle ombre, quando si trattava semplicemente di me. Un giorno, però, quando tornai dal liceo in cui mi ero trasferita, notai qualcosa di strano in casa ma non riuscii subito a capire cosa fosse. Preparai normalmente il pranzo per me e mio nonno e mangiammo come se nulla fosse. Dopo il pasto provai a chiedere a mio nonno se fosse successo qualcosa, ma l’unica cosa che ripeteva da giorni era “Arianna, meriti di sapere”. Dopo un interrogatorio durato una mezz’oretta gettai la spugna, soprattutto per non stancare troppo nonno Albert. Decisi di fare una doccia fredda e di lavare via le preoccupazioni. Lasciai i capelli asciugare al calore dei primi giorni di giugno e misi una maglia scura e dei jeans. Andai in giardino per prendere un po’ di aria fresca, ma nonostante il caldo e il periodo estivo iniziò subito a piovere e fui costretta a rientrare. Imprecando mi guardai allo specchio, la maglia che avevo messo era zuppa, così come il libro che avevo intenzione di leggere in giardino. Strofinando un panno sui vestiti bagnati cercai di asciugarli e continuai a guardarmi allo specchio, quando qualcosa di bianco e luminoso passò dietro di me. D’istinto posai lo sguardo sulla finestra dell’atrio. Di certo non poteva essere stato un gioco dato dalla luce del sole coperto da nuvoloni grigi, né poteva essere il riflesso di un altro specchio, visto quanto era scura la mia maglia. Andai con timore in camera per cambiarmi e indossare qualcosa di asciutto, quando sentì il nonno gridare il mio nome. Mi cambiai in fretta e furia e corsi in cucina per vedere perché mi chiamasse.
-Dimmi, cos’è successo? Di cosa hai bisogno?
Chiesi io, ma non ricevetti alcuna risposta, se non un bicchiere pieno d’acqua puntato verso di me. Domandai cosa ci fosse che non andava, il bicchiere era pieno e l’acqua sembrava fresca, lui rispose a stento faticando per farsi capire.
-Lei me lo ha dato. È uguale a te.
Rimasi in silenzio ad ascoltare. Chi era questa “lei”? Probabilmente frutto della demenza senile di mio nonno. Rimasi a guardarlo, cercando il significato di quelle parole quando ancora una volta i miei pensieri furono disturbati, questa volta da un rumore proveniente dalla sala da pranzo. Mi sbrigai ad entrare nella stanza e scoprii che il rumore era uno specchio caduto e frantumato in cinque grandi pezzi. Ne presi uno in mano cercando di non tagliarmi e guardai il riflesso del frammento impalata. Quello che vidi era il mio volto, con qualche differenza. I capelli erano più corti e chiari, di una luminosità intensa, le orecchie scoperte non erano bucate né agghindate da tutti i gioielli che invece decoravano le mie. La maglietta che avevo indosso non era la stessa del mio riflesso, no, lì avevo una sottoveste in seta bianca che sembrava accarezzarmi il corpo.
-Chi sei?
Sussurrai all’immagine sperando in qualcosa, ma la risposta fu un rumore, poi un altro e poi un altro ancora. Correndo iniziai a seguire la scia che il fracasso di vetri rotti lasciava fino a trovarmi davanti alla porta più misteriosa della casa, l’unica della quale non avevo ancora trovato la chiave. Sentii qualcosa provenire da lì dentro, una voce femminile che mi chiamava. Posai la mano sulla maniglia e cercai di aprire la porta ma non c’era nulla da fare, la serratura era bloccata. Iniziai a dare spallate al pezzo di legno, continuai fino a quando non si aprì. Quando vidi cosa quella serratura chiusa celava rimasi a bocca aperta e compresi cosa cercava di dirmi nonno Albert.
-Dimmi, cos’è successo? Di cosa hai bisogno?
Chiesi io, ma non ricevetti alcuna risposta, se non un bicchiere pieno d’acqua puntato verso di me. Domandai cosa ci fosse che non andava, il bicchiere era pieno e l’acqua sembrava fresca, lui rispose a stento faticando per farsi capire.
-Lei me lo ha dato. È uguale a te.
Rimasi in silenzio ad ascoltare. Chi era questa “lei”? Probabilmente frutto della demenza senile di mio nonno. Rimasi a guardarlo, cercando il significato di quelle parole quando ancora una volta i miei pensieri furono disturbati, questa volta da un rumore proveniente dalla sala da pranzo. Mi sbrigai ad entrare nella stanza e scoprii che il rumore era uno specchio caduto e frantumato in cinque grandi pezzi. Ne presi uno in mano cercando di non tagliarmi e guardai il riflesso del frammento impalata. Quello che vidi era il mio volto, con qualche differenza. I capelli erano più corti e chiari, di una luminosità intensa, le orecchie scoperte non erano bucate né agghindate da tutti i gioielli che invece decoravano le mie. La maglietta che avevo indosso non era la stessa del mio riflesso, no, lì avevo una sottoveste in seta bianca che sembrava accarezzarmi il corpo.
-Chi sei?
Sussurrai all’immagine sperando in qualcosa, ma la risposta fu un rumore, poi un altro e poi un altro ancora. Correndo iniziai a seguire la scia che il fracasso di vetri rotti lasciava fino a trovarmi davanti alla porta più misteriosa della casa, l’unica della quale non avevo ancora trovato la chiave. Sentii qualcosa provenire da lì dentro, una voce femminile che mi chiamava. Posai la mano sulla maniglia e cercai di aprire la porta ma non c’era nulla da fare, la serratura era bloccata. Iniziai a dare spallate al pezzo di legno, continuai fino a quando non si aprì. Quando vidi cosa quella serratura chiusa celava rimasi a bocca aperta e compresi cosa cercava di dirmi nonno Albert.
Francesca Peluso
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