Il fantasma nello specchio. Ep 3
-Vi ho già detto di lasciarmi stare-
L’urlo dietro la porta era grave e profondo, eppure allo
stesso tempo acuto. Distinguere gli accenti inglesi non era il mio forte,
nonostante lo parlassi molto bene, ma da quella
frase l’uomo dietro la porta mi sembrò di origini europee. Pensai alla
Francia, data la marcata “r” moscia e la cadenza parigina. Ero incerta se la
voce che avessi sentito fosse quella di mio padre, ma iniziai a bussare con le
nocche della mano destra sulla porta e urlai per farmi sentire da chi era
dall’altra parte.
-Daniel Pitt. Sono venuta qui perché devo parlare con Daniel
Pitt-
Quando smisi di urlare e il mio pugno sul pezzo di mogano si
bloccò, rimasi in silenzio ad attendere che qualcuno rispondesse. Non ottenni
alcuna risposta, solo il rumore di varie catene, sbloccate una alla volta, fino
a quando la porta non si aprì. La visione di una ragazza deluse le mie
aspettative e capii che la voce che avevo sentito prima era femminile. Borbottò
qualcosa, poi mi prese il braccio e mi trascinò all’interno della casa,
chiudendo la porta alle mie spalle con fare circospetto. Mise poi una ciocca
dei suoi ricci capelli scuri dietro l’orecchio e mi guardò, si aspettava delle domande alle quali era pronta a rispondere.
Mi soffermai sul suo sguardo, poi guardai il grande androne d’ingresso e vidi
uno specchio, in fondo, appoggiato su un mobile. L’istinto mi disse di cercare
di scrutare meglio l’oggetto e fu lì che rividi di nuovo quella donna.
Continuando a guardare l’immagine della donna sconosciuta iniziai a fare delle
domande a quella che sembrava essere la padrona di casa.
-Non sei Daniel Pitt- commentai.
-Ma certo che no, il grande Daniel Pitt ha lasciato questa
casa ormai quindici anni fa. La domanda è: come fai a sapere che questa è stata
la dimora di uno scrittore così riservato, sei per caso una fan?-
Ascoltai la ragazza far uscire dalla bocca le parole rese
dolci dalla sua adorabile pronuncia. Una fan…io, non sapevo nemmeno chi fosse
Daniel Pitt fino a pochi giorni prima. Guardai dritta nello specchio e poi
risposi con una domanda.
-Mi posso fidare?-
Fortunatamente il riflesso nello specchio rispose alla mia
domanda con un cenno di approvazione e scomparve, così i miei occhi ricaddero
di nuovo sulla ragazza.
-Ma che domande impertinenti, ti ho fatta entrare in casa
mia e ti chiedi se puoi fidarti o meno? Rispondi, chi sei? Come fai a sapere
che questa era la casa di Daniel Pitt? Oh, non credere di poter cercare di
comprare questa dimora, ho impiegato anni per acquistarla, così che le mura
dell’ abitazione del mio maestro potessero infondermi ispirazione-
-Non sono una fan- risposi –Non sapevo nemmeno che fosse uno
scrittore –nel pronunciare quelle parole mi ritornò in mente lo scatolone dove
avevo trovato il mio certificato di nascita, ma certo, quei fogli scribacchiati
dove venivano raccontate delle storie erano suoi –Sono sua figlia. Mi chiamo
Arianna-
La ragazza mi strappò di mano il certificato di nascita non
appena glielo mostrai e lo scrutò minuziosamente, non appena ebbe finito me lo
cedette e iniziò a guardare con attenzione me.
-Se è Daniel Pitt che cerchi, non lo troverai di certo in
questa casa. Come ho già detto quindici anni fa è andato via, voleva cercare
inspirazione per i suoi nuovi libri, così si dice in giro-
-Sai dove si trova? Sei in contatto con lui? Siete amici?-
-Amici?- la ragazza di fronte a me rise sadicamente- Per i
primi cinque anni della mia vita fu il mio maestro. Anche se piccola, mi
insegnò l’arte della scrittura, è da allora che inseguo il mio sogno di
diventare la miglior scrittrice al mondo. Purtroppo quando è andato via da New
York non ha lasciato alcuna traccia di sé, se non un indirizzo, troppo lontano
da poter raggiungere per una come me- smise di parlare e poi mi girò intorno,
studiandomi ancora una volta –Ma forse
non da una come te-
Ad essere osservata
con così tanta insistenza le mie guance si fecero rosse e le mani
iniziarono a sudare. Però nonostante i suoi comportamenti “bruschi”, rimasi
affascinata dalla giovane donna che mi ronzava attorno. I ricci neri le
incorniciavano il viso chiaro e gli occhi grandi e verdi, indossava una larga
maglia di qualche band di cui non conoscevo l’esistenza, probabilmente rock
vista la grafica, portava una gonna in jeans che sembrava strappata
accidentalmente ad un lato e lo scollo a V permetteva di vedere il bel collo
pieno di collane dorate che riprendevano i disegni delle tre cavigliere che
portava al piede. Era alta, dall’aspetto importante, così tanto che nel mio
metro e sessantatré mi sentivo piccola e minuta, quasi intimidita. Si girò di
spalle e scomparve in una delle
stanze lungo il corridoio, tornò subito dopo
con un foglietto in mano.
-Dai tuoi vestiti, dal tuo portamento deduco che tu sia
ricca, vero?- attese fin quando non annuii –Bene, allora potresti di certo raggiungere
la Siberia con facilità, è lì che si trova tuo padre –
Mi venne un groppo in gola e portai la mano al collo
cercando di alleviare la sensazione. Di certo i soldi non mi mancavano, ma non
mi aspettavo che trovare mio padre sarebbe stato così complicato. Mi ero
ripromessa che nonostante tutto sarei rimasta a New York per godermi la città,
ma vista l’eccessiva lontananza da mio padre non mi sembrò il caso di esitare.
-Bene, ci andrò- dissi cercando di prendere il foglio che la
ragazza mi porgeva in mano, però lo ritrasse e schioccò la lingua.
-Non so, non mi sembra equo. Io da tutto ciò cosa ottengo?-
si chiese tra sé e sé –Ho deciso, verrò con te. È da anni che cerco
un’avventura dalla quale poter trarre ispirazione, qualcuno che mi faccia da
musa ispiratrice. Tu, tu sarai la mia musa ispiratrice-
Quando finì di parlare il mio sguardo incrociò il suo, i
suoi occhi brillavano mentre attendeva una risposta. Pensai. In fondo avere un
compagno di viaggio non sarebbe stato male e sia io che lei avremmo tratto
vantaggio dalla cosa. Lei avrebbe vissuto la sua storia da raccontare, io avrei
trovato mio padre.
-Affare fatto- dissi.
Gli occhi della ragazza si illuminarono ancora di più, si
fiondò verso un’alta stanza e ne uscì con una velocità impressionante con uno zaino in spalla e degli occhiali da
sole poggiati sulla punta del naso.
-Cara Arianna, da oggi inizierà la nostra avventura- sorrise
–Comunque sono Claudine, ma tu puoi chiamare “Din”-
Francesca Peluso

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